Perditi, perdi te stesso. Bucati, strappati, immergiti, agitati, grida, afferra, spegni, perditi. Perdi te stesso, perdi ciò che ti crepa. Perdi ciò che ti infetta, ciò che ti abita, ciò che ti scollega dalla terra, dallo spazio, dal tempo, dalla luce. Isolati, addentrati, appoggiati. Lascia scorrere, lascia perdere, lascia perderti, perdersi, disperdersi. Lascia che il tuo corpo si secchi, che venga spezzato, abbattuto, sfregiato, sradicato. Questa è una storia di desiderio, di libertà, di nostalgia e di un viaggio in treno. Il treno era diretto verso una grande città che era il sogno di molti ragazzi di campagna. Uno di loro era partito perché in quelle campagne, tra quei campi di grano e alberi da frutto, si sentiva soffocare. Ogni qualvolta pensava al futuro, lì non lo vedeva. Le sue ambizioni erano fin troppo grandi rispetto a quell'ambiente. Ma ora, ora che era lì, seduto sul sedile di quel treno e vedeva quei campi, quegli alberi, tutto ciò gli mancava. Una sensazione invadente. quasi scomoda, si faceva largo dentro il suo petto, mentre pensava a quanto quelle spighe lo accoglievano nei pomeriggi afosi, a quanto quelle foglie e quei rami lo avevano protetto nelle mattinate piovose ad aspettare l'autobus. Ora tutto quello che aveva sempre disprezzato sembrava quasi richiamarlo. Una ragazza invece, avvolta dalla musica che stava ascoltando attraverso le cuffiette, guardando quel paesaggio scorrere, non poteva fare a meno di pensare a sua madre. Lei voleva scappare da quel posto proprio perché sentiva ancora troppo presente quel fantasma, quella figura che di fronte a sé in quel momento si presentava deformata e mentre le immagini della campagna nella quale era cresciuta si susseguivano di fronte a lei, Quella presenza rimaneva lì ferma, immobile e poi c'era lui, il viandante senza meta, il traghettatore di anime, colui che basava la sua intera esistenza a vedere cambiamenti, addìi, saluti, nuovi inizi, colui che vedeva continui cambiamenti, ma che non vedeva la speranza, almeno non per sé. E lui che sa dove deve andare, dove deve portare gli altri, ma non sa dove portare se stesso, non sa dove deve stare, dove lasciarsi e non sa come. Il treno continuava il suo viaggio e così i passeggeri in esso. Ogni finestrino un pensiero diverso, ogni sedile, ogni carrozza un'anima in fuga, corpi diversi, persi, in cerca di un senso, di un punto e che quando il mezzo frena la sua andata fremono. Attesa, speranza, un luccichio di vita nei loro occhi e così, uno ad uno si immergono in un nuovo capitolo. Non c'era più disprezzo e voglia di scappare, ma rinascita, rivincita, non più un volto deformato, non più ansia, confusione e paura, ma un sorriso, serenità, sicurezza, forse anche un dubbio, un tentennamento, un pensiero rivolto a quei binari mai percorsi, a quelle strade non calpestate, a quel limite mai superato. Un cambiamento, un ritrovamento. la fioritura, l'alba, perditi, perdi te stesso e poi ritrovati, ritrovati, ricercati, ricuciti, riabitati, trova te stesso, scova, snoda, lega, cammina, respira, riprendi, scivola, allungati verso quella strada sterrata che ti ha spezzato. Cadi, resta, respira, spegni e riaccendi. Riprendi, riprendi spazio, tempo, luce, vita. Apri. Lascia che il vento entri e non di tutto. Lascia che sia freddo, che scompigli ciò che avevi tanto, tanto ordinato. Poi chiudi, dai spazio al sole, torna e torni tu.